Dario Pio Squarti Perla
Colonnello Cavalleggeri in Alessandria R.O
Dario ufficiale di Cavalleria in Genova, Alessandria e Lodi; prigioniero nei lager nazisti polacchi per due interminabili inverni in ossequio al giuramento ineludibile formulato a Sua Maestà il Re; grande invalido di guerra; pluridecorato al Valor Militare; Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia. Diresse come Consigliere Delegato l’O.N.I.G e diversi uffici dell’Associazione Industriali, ufficio sottoprodotti, tra cui Parma.
Educato al Nazareno di Roma e naturalmente dotato di generosa umanità e di aristocratica, discreta riservatezza, fu, in ogni occasione di vita, mite, ligio al dovere, esempio imitabile. Padre affettuosissimo, mai sufficientemente da me apprezzato in vita, quanto oggi rimpianto.
Dario, di Raniero, di Gabriele, nacque a Roma nel 1912. Orfano di madre in tenera età, fu educato al Nazareno e frequentò successivamente l’Università a Roma, ove conseguì la laurea in Giurisprudenza per poi trasferirsi a Milano, ove iniziò una brillante carriera che fu bruscamente interrotta dal secondo conflitto
mondiale al quale fu chiamato a partecipare come Ufficiale di Cavalleria, prima a Genova, poi ad Alessandria e poi a Lodi.
Fu fatto prigioniero nei lager nazisti in Polonia per due interminabili inverni, in ossequio al giuramento ineludibile formulato a Sua Maestà il Re, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò. Subì, come tutti i suoi compagni di sventura, torture e privazioni inenarrabili delle quali narrò alla sua famiglia solo negli ultimi mesi della sua vita.
Da questa esperienza la sua salute fu irrimediabilmente minata.
Grande invalido di guerra e pluridecorato al Valore Militare, fu insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia.
Diresse, come Consigliere Delegato, l’O.N.I.G., diversi uffici dell’Associazione Industriali e l’Ufficio Sottoprodotti, tra cui quello di Parma.
Dotato di generosa umanità e di aristocratica riservatezza, fu, in ogni occasione di vita, mite, ligio al dovere e di esempio.
Fu Padre e Nonno affettuosissimo e Marito devoto. Morì dopo lunga malattia a Perugia il 4 marzo 1983.
La Famiglia

L’opera non deve essere considerata come una sorta di esposizione di “vanesia immodestia” perché coltivare la memoria comune rappresenta il fondamento e l’esempio imitabile essenziale per il futuro.
“L’essere Nobili (con i suoi equilibri basati su principi esemplari di onestà, inderogabile lealtà, solidarietà umana. rispetto della parola data, protezione dei più deboli, alto senso dell’onore e delle civiche responsabilità che permisero a questo mondo di Regime Araldico, mirabilmente amministrato, di prosperare e saggiamente sopravvivere per circa due millenni) significa richiamare alla coscienza della maggiore responsabilità che deriva dalla comune e gloriosa storia millenaria. D’altra parte l’assoluta purezza dei natali e la vigorosa integrità e dignità di vita sono condizioni essenziali perché Aristocrazia della nascita possa sussistere nello Stato moderno.”


Quintilio muore nella battaglia di Custoza comandato da Amedeo Ferdinando Maria di Savoia Aosta (medaglia d’oro al valor militare per l’assalto guidato, con strenuo valore, al monte la Croce nella battaglia di Custoza alla testa della Brigata Granatieri Lombardia), come ricorda la lapide posta dal patrio municipio sul palazzo di Famiglia ad Otricoli: “Tra i primi all’assalto del monte la Croce, rotto il petto da palla austriaca, moriva da prode a 22 anni Quintilio dei Conti Squarti, avendo sulle labbra il nome d’Italia”.
Dario di Raniero, di Gabriele, fu decorato della Commenda dell’Ordine della Corona d’Italia, morì, il 4.3.1983.
La Famiglia si imparentò con altre Famiglie Nobili del viterbese, e limitrofe: Caprini, Cencelli, Fani, Gentili Conte di Castel Cardinale, Spreca di Viterbo.
Tombe di Famiglia
Dalla tomba di Otricoli è stato rubato ogni arredo di valore. Vi erano due medaglioni di Ernesto e Francesco, in bronzo con tanto di parrucca, ritratti quando avevano rivestito la carica di Gonfalonieri ad Orte, questi vennero rubate durante la Il Guerra Mondiale. In basso manca l’arma della Famiglia, sempre in bronzo, rubata qualche anno orsono, della
quale riporto d’appresso l’immagine.
Tutti gli altri antenati prima del tracollo finanziario e del trasferimento ad Otricoli, erano sepolti ad Orte nel Convento dei Cappuccini fuori le mura, fatto costruire da Jacopa Squarti, ma non ho fatto in tempo ad ottenerne le immagini in quanto, da pochissimi anni, scomparsi i frati, il convento è stato acquistato da una società che, facendone scempio, vi ha realizzato molteplici appartamenti.
Altra tomba la abbiamo al Verano in zona di grande prestigio, detta “Vigna dei Cappuccini” (primo atto di concessione 009125 del 1500, seconda concessione del 1874, zona “Pincetto Vecchio”, sottozona piedritto 187, ex “Vigna dei Cappuccini”, parte elevata, n. 3, fila 97, posti 12, Mq 6), comprata dal Conte Augusto Sciamplicotti Giraud, Padre di Cesare, fratello di mia Nonna materna Angela Silvia Benini Sciamplicotti Giraud, e venuta a noi Squarti per successione da doppia parentela (Silea Squarti, di Raniero, sì unisce in matrimonio con il Marchese Ernesto de Somma, figlio di Carlo e Maria Sciamplicotti Giraud; Dario Squarti, di Raniero, si unisce in matrimonio con Maria Carolina Benini, di Angelo e di Angela Silvia Sciamplicottì Giraud).
Altra tomba ancora ad Isola Maggiore sul Trasimeno ove riposano i resti di Dario, mio Padre, e Maria Carolina Squarti Perla Benini (traslati dopo inumazione temporanea al Verano), consorte del precedente e mia madre, oltre ad entrambi i Nonni materni.
Altri avi di Famiglia Benini riposano nella Cappella gentilizia di Famiglia, annessa alla villa di Montemelino di Tuoro, già feudo dei Conti della Penna, purtroppo venduta poco prima del secondo Conflitto Mondiale. E’ andato perduto anche il sacello del Capitano Squarta che era nella Cattedrale di Orte, ma del quale ho il disegno, per quanto attendibili possano essere le notizie raccolte da Monsignor Magnoni.
I miei resti, come da disposizioni testamentarie, saranno traslati nella Chiesa del Cimitero Monumentale di Perugia vicino alla Nonna, e Zie Tancetti, di mia Madre. La disposizione di non riposare con i miei genitori ad Isola Maggiore e dettata dal fatto che, scomparendo ogni abitante dell’Isola (alla fine del XVIII secolo l’Isola contava circa 500 persone; oggi il loro numero è ridotto a 14 unità), il cimitero andrà inevitabilmente perduto ed i resti umani dispersi.

Brevi cenni sulla storia della Famiglia Squarti Perla
Nella seconda metà del 1700, la Famiglia Squarti trasferì la sua residenza da Orte ad Otricoli. Questo certamente a seguito di un grave dissesto economico. La leggenda che circolava in Famiglia parla di un tutore che, in luogo di vigilare sugli interessi dei minori affidatigli, li depredò di ogni bene contante. Sempre la leggenda favoleggia su carichi di scudi d’oro che per ben tre notti, a dorso di mulo, furono traslati da Orte in località sconosciuta. Non sappiamo quanto di vero celi il racconto. Ma sta di fatto che la Famiglia Squarti Perla, venduto l’avito Palazzo in Orte, nel quale aveva abitato già dai primi del 1500 il Capitano Squarta, si trasferirono ad Otricoli in quella abitazione, a tutt’oggi di nostra proprietà, che era considerata solamente una fattoria, anche se al centro dei feudi più antichi come il “Castellaccio”.

Quindi, tornando all’articolo principe del dissesto economico con il trasferimento da una Città (come Orte lo era, anche se di IV grado, ed in cui poteva ingenerarsi Nobiltà Civica), ad una Terra, significò per la Famiglia una regressione, oltre che economica, anche nel prestigio e nel potere della Famiglia. Prova ne sono i matrimoni, non più contratti con donne della Nobiltà viterbese, ma con donne le quali appartenevano a Famiglie di Distinta Civiltà, quando non francamente borghesi. Prova ne è, da quel periodo in poi, non aver ricoperto più incarichi di fiducia per la Santa Sede trasformandosi da imprenditori ben conosciuti negli ambienti romani (ad esempio Marco Antonio Squarta, il figlio di Margherita Perla, fu per incarico della Congregazione del Buon Governo nominato Tesoriere nella costruzione della nuova Cattedrale di Orte e Presidente del Monte di Pietà) in gentiluomini che si sostentavano con i proventi dei loro terreni.
Da Gonfalonieri ed Imprenditori ad Orte nell’avito Palazzo di Famiglia, ad agricoltori, dunque, in una, seppur antica e prestigiosa, fattoria. Da questa situazione, protrattasi per circa un secolo, fu difficoltoso risorgere.
Il riscatto però infine giunse con Raniero, mio nonno, Ingegnere e brillante imprenditore ed il fratello Guido, Docente in Pediatria nella Regia Università di Roma, entrambi trasferitisi da Otricoli a Roma.


Ai nostri giorni

Nel 1995 a firma del Principe del Drago – il dottor Angelo Squarti è stato nominato socio fondatore proprio dell’Associazione Regionale Umbria Marche e Lazio – emanazione del corpo della Nobiltà Italiana. (Fig. n.33).
SQUARTI Angelo, di Dario, di Raniero Nobile di Orte e Nobile di Narni (Commissione
Lazio, Umbria e Marche). Ampliamento dello stemma: partito semitroncato: nel 1° d’azzurro alla fascia d’oro caricata di una biscia d’acqua di verde e accompagnata in capo da una rosa d’oro, accostata da due stelle (8) dello stesso, ed in punta da un granchio d’argento; nel 2° di rosso alla stella di sei raggi d’oro, accompagnata da due rose dello stesso; nel 3° d’azzurro al monte ristretto di tre cime di verde, terrazzato dello stesso, sostenente due rastelli di tre punte d’oro, decussati, accostati da due leoni controrampanti al naturale.
La famiglia Squarti è iscritta nell’Albo d’Oro della Nobiltà Italiana organo ufficiale e conseguenza naturale della Consulta Araldica del Regno. (Vol. XXIV pag. 697). Il recente riconoscimento per “giustizia” come datazione (1996) non sta a significare recente nobiltà. Non trattasi infatti di concessione ma di provvedimento nobiliare di semplice trascrizione di quanto spettante. La prova ne è che addirittura viene riconosciuta per questa nobiltà l’aggettivazione di “antichissima” (anteriore cioè al 1700) e “generosa” (primo ceto di città nobile e mantenuto nei secoli da esclusiva parentela con altre famiglie nobili per oltre duecento anni), con discendenza diretta da un cavaliere di ventura e consanguineità con la dinastia dei Paleologi, imperatori di Bisanzio.
Quindi anche se nella gerarchia nobiliare il titolo di nobile non è molto elevato, sarà facile a qualunque detrattore, opporre più cavalieri di ventura del ‘400 e del ‘500, e – aggettivazioni ben rare, se unite assieme – di nobiltà generosa ed antichissima.
Sono veramente poche infatti le famiglie nobili italiane che o non debbono vergognarsi – o comunque non andare orgogliose – di origini ignote (bastardelli di cardinale, di principe, ecc.) o ecclesiastiche (discendenza da nipoti di porporati) o di favore (viscidi individui striscianti nelle varie corti con titoli provenienti dai servigi resi) o addirittura nobilitate da errori di trascrizione su documenti ufficiali, o peggio ancora, da ambigue discendenze in linea femminile, artificiosamente sanate, o falsificate nei documenti.
Per non parlare dei recenti titoli ottenuti impetrando un provvedimento “di grazia” a mezzo di Regie Lettere Patenti, da Sua Maestà Umberto II dall’esilio. Tranne qualche rara eccezione, squallidi individui rimasti vicino a Sua Maestà solo per basso interesse di bottega, non perché animati da alti principi di leale devozione verso la meritevolissima Figura o i principi che Questi incarnava; per di più, al di là della generosità che sempre caratterizzò il Sovrano, facendo leva sulle Sue umane frustrazioni per un immeritato, perpetuo esilio, o,peggio ancora, sulle prostrazioni da male incurabile da cui Sua Maestà, negli ultimi anni di vita, risultò fiaccato.
Che differenza da coloro che, proprio per non indurre nel Sovrano il sospetto che la loro deferente amicizia fosse interessata, mai nulla invece sollecitarono! E’ pur vero che le origini della nobiltà spesso sono proprio solo ed unicamente queste, ma che distanza da quella conquistata nel “duplice sferico segno della maschia possa” e per di più, antichissima e generosa!
Il 17.3.2006, a Roma, la Commissione Regionale per il Lazio, l’Umbria e le Marche del Corpo della Nobiltà Italiana mi riconosceva la spettanza dell’ampliamento dello stemma originario (I partitura) con la II partitura semi-troncata.
I due rastrelli di tre punte d’oro, decussati, accostati da due leoni controrampanti al naturale rappresentano l’arma della Famiglia Ralli di Orte. Tale riconoscimento conferma la consanguineità degli Squarti (la madre del Canonico Ermenegildo Squarti, di Marcantonio, era Eufrasia Ralli di Orte)
con i Paleologi di Bisanzio e gli Aleramidi del Monferrato.
TESTIMONIANZE DEI RICONOSCIMENTI DELLA FAMIGLIA
Le mio modeste riflessioni sul Diritto Nobile che si snocciola partendo dalle norme degli
Stati preuntari per giungere sino alle ultime normative del 1943 e si dipana nella ricerca di
Casati Stirpi e Piccole Nobiltà Civiche che sono state imitabili protagoniste, faro di integrità
morale ed esemplare amministrazione per circa due millenni, oltre che un omaggio alla rettitudine
di cui i personaggi di questo Ceto hanno saputo far sfoggio, ha voluto esprimere una ricerca
storica volta a far si che questo insostituibile tessuto sociale non venga dimenticato dall’attuale
marea montante di grigia piattezza livellata da voluto oblio.
Il nostro Stato Repubblicano, Stato di popolo e non più Stato etico, ha ritenuto, come altri Stati anche di relativa contemporanea formazione a regime repubblicano (sino al 1935 lo erano Germania, Austria, Polonia, Spagna) di abolire la Nobiltà, commettendo un ignominia antistorica ed anti-etica, dato che essa con i suoi nomi rappresenta per l’Italia la storia ancora pulsante di uomini illustri, nei vari rami, che onorarono la Patria, e le cui gesta sono degne non solo di essere tramandate ai posteri, ma di essere imitate.
Il culto delle memorie per un popolo, che può vantare pagine inobliabili le quali sono di esempio alle generazioni future, non doveva essere trascurato dallo Stato Repubblicano che avrebbe dovuto avere anche, e primarie, finalità educative della sua stirpe. Il mio studio del diritto nobiliare pertanto (che sì snocciola partendo dalle norme degli Stati preunitari per giungere sino alle ultime normative in tal senso emanate dall’Autorità come l’Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano del 1943, che si dipana nella ricerca di Casati che, sia nella loro splendida grandezza che nella loro piccola Nobiltà Civica, sono stati imitabili protagonisti e faro di integrità morale ed esemplare amministrazione per circa due millenni, oltre che un omaggio alla rettitudine che i personaggi di questo Ceto hanno saputo esprimere ed oltre che una ricerca storica volta a far si che questo insostituibile tessuto sociale non venga dimenticato dall’ attuale marea montante di grigia piattezza livellata da voluto oblio) ha lo scopo di richiamare alla coscienza della maggiore responsabilità che deriva dall’assoluta purezza dei natali, dalla vigorosa integrità e dignità di vita, dalla maggior cultura e raffinata ricercatezza nei modi, che rappresentano le condizioni essenziali perché l’ Aristocrazia della nascita possa sussistere, differenziarsi e sopravvivere nello Stato moderno.
A questo palese scopo vi è da aggiungere la non certo recondita volontà di smascherare gli anche troppi vanagloriosi soggetti che, ammantatisi, senza onore e pudore, di antecedenze storiche frutto di pura invenzione o di allacci a Famiglie solamente omonime o assonanti nel nome, al giorno d’oggi si costruiscono fittizi fastosi natali e fraudolente Nobiltà.

Questi “malnati” sono affrancati, nella loro turpe e delittuosa distorsione della storia e della buona fede del prossimo ignaro, dall’opera del Sovrano Militare Ordine di Malta, che, solo un tempo sinonimo di legittimità in ambito nobiliare, è divenuto, per motivi a me incomprensibili, da almeno tre decenni, una fonte di mercimonio di falsità documentali che, di fatto, fanno in modo che si riconoscano Titoli e Nobiltà inesistenti, fabbricate a tavolino alterando prove, genealogie e storia, a loschi figuri, a volte di origine francamente ignobile, che chiedono di essere accolti in categorie che imporrebbero, come minimo, un quarto Nobile.






